E se avessi la ADHD?

Quante volte leggendo un libro che ti annoiava, ti sei ripetuto questa frase? 

“Non ci posso fare niente, ho l’ADHD!” 

Bene, andiamo a vedere se questo dubbio è effettivamente lecito, osservandolo dal punto di vista scientifico. 

La sintomatologia

Innanzitutto, l’ADHD, ovvero il Disturbo da Deficit Dell’Attenzione ed Iperattività, si presenta con una prevalenza dell’1-3% a livello globale. Ma quali sono i sintomi necessari per rientrare all’interno della statistica? 

Secondo il DSM V, almeno sei sintomi di disattenzione e sei di iperattività-impulsività sono necessari per la diagnosi. 

Sintomi di disattenzione: Difficoltà a prestare attenzione ai dettagli, con errori di distrazione. Problemi nel mantenere l’attenzione su compiti o attività. Mancata ascolto diretto e frequente distrazione. Non seguente istruzioni o completamento di compiti lavorativi. Difficoltà nell’organizzazione di compiti e attività. Evitamento di compiti mentalmente impegnativi. Perdita frequente di oggetti necessari. Facile distrazione da stimoli esterni. Sbadatezza nelle attività quotidiane. 

Sintomi di iperattività-impulsività: Agitazione, movimenti eccessivi o inquietudine. Abbandono frequente del posto quando richiesto di rimanere seduti. Scorrazzamento e salti in situazioni inappropriati. Incapacità di giocare tranquillamente. Comportamento iperattivo, come se fosse “azionato/a da un motore”. Eccessiva loquacità. Risposte immediate prima che le domande siano complete. Difficoltà nell’attendere il proprio turno. Interruzioni frequenti e invadenza verso gli altri.

Immagino che starai già pensando: “ma sta parlando di me!” Ok, respira.

Gli effetti paradossali delle autodiagnosi

Sebbene possa nascere il dubbio di poter far parte di quell’1%, per fare diagnosi di ADHD, non sono sufficienti i test trovati online. Inoltre, autoproclamarsi ADHD, porta con sé diverse conseguenze negative, come, ad esempio, l’idea che “tanto sono fatto così e non posso farci niente”. Questo ci può vincolare ad una profezia che si autorealizza, in cui il protagonista, partendo svantaggiato, è già costretto a perdere in partenza tutte le sue battaglie! La consapevolezza di non poter fare “più di così” porta automaticamente a mettere in atto tutta una serie di azioni che, da una parte, ci non ci permettono di esprimere il nostro potenziale e, dall’altra, non fanno altro che confermare la nostra idea di partenza, ovvero “se faccio così fatica a stare attento è perché ho un disturbo!”

La "popolarità" del disturbo

Ma come mai un disturbo tanto spiacevole quanto pervasivo è diventato così popolare? Beh, innanzi tutto, un picco di notorietà a questa condizione è stata data da alcune celebrità.  Molte persone del mondo dello spettacolo hanno ammesso pubblicamente di aver ricevuto una  diagnosi in età giovanile: da Justin Timberlake a Will.I.Am, c’è persino chi afferma che ne abbia sofferto anche la Watson di Harry Potter. In più, alcuni vuoti di memoria o mancanze tipiche di una  vita quotidiana frenetica ed estenuante, sono state rivisitate in chiave “pseudocomica” da  moltissimi account social, spacciandole per prove inconfutabili di ADHD, fino a creare delle vere e  proprie community di autodiagnosticati (tramite video, ovviamente). 

C’è da dire però che, un mondo veloce, crea popolazioni di distratti, resi ancor più distraibili da  tutti gli stimoli a cui siamo sottoposti ogni giorno. 

Si crea così una sorta di nuova “sindrome da disattenzione e distraibilità da periodo storico”. 

La pillola Espressa

Ma quindi, cosa possiamo fare per combatterla?  

Prova a togliere il piede dall’acceleratore! 

Anche se tutto intorno a te sembra procedere a velocità supersonica, resisti all’impulso di inseguire il ritmo frenetico. Trova il tuo passo e mantienilo costante. La chiave per raggiungere gli obiettivi è comprendere il proprio ritmo e mantenerlo, consapevoli che ogni conquista richiede pazienza e progresso graduale. Ogni vetta si scala un piede alla volta! 

Come diceva Goethe: “chi vuole compiere passi sicuri deve camminare lentamente”.