Quando dormire diventa un incubo

Quando dormire diventa un incubo

# SETTIMANA 19

4 STRATEGIE EFFICACI PER VINCERE L’INSONNIA

“Chi dorme non piglia pesci!” recita un noto proverbio. Eppure, dati alla mano, 13 milioni di
italiani
non corrono questo pericolo. Il 46% di loro, inoltre, considera l’insonnia un problema
cronico con cui dover convivere. Dati allarmanti, specialmente se pensiamo alle nefaste
conseguenze di una prolungata privazione del sonno. Ma quali sono i fattori di rischio che
alimentano l’insonnia e cosa si può fare per intervenire direttamente sul problema?

Le sabbie mobili dell'insonnia

Il problema dell’insonnia non è riconducibile ad un’unica causa, bensì ad un’insieme di
concause che spesso interagiscono tra loro aggravandone la situazione. Di seguito sono
presentate alcune delle principali tentate soluzioni cognitive e comportamentali che
mantengono e alimentano il problema:

1) Il paradosso del “provare a dormire”: il sonno è un processo naturale, oltretutto
piacevole, non un compito e tanto meno un dovere. Se questo accade si cade nel
paradosso di voler forzare qualcosa di spontaneo, e così facendo si indurrà uno stato
di veglia ancora più vigile.
2) Preoccuparsi facendo “il conto delle ore rimaste”: logorarti per le ore in più che
avresti potuto dormire non te le riporterà indietro; ti darà solo una preoccupazione in
più che ti terrà vigile anche per le ore rimanenti prima del suono della sveglia.
3) Assenza di attività fisica: una vita sedentaria limita la produzione di endorfine, ottime
alleate del sonno.
4) Assunzione sistematica di sonniferi: se questi inizialmente aiutano un po’, dopo si
rivelano una “stampella” alla quale il soggetto non è più in grado di rinunciare.

Come già anticipato queste tentate soluzioni possono presentarsi singolarmente o, più
spesso, interagire tra loro. Tutte però intrappolano sempre di più la persona nel problema,
proprio come se provasse ad uscire dalle sabbie mobili in cui è caduta e nel tentativo di
divincolarsi ci sprofondasse ancor di più
.

La Pillola Espressa

Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

Se ti identifichi in uno o più dei punti espressi nel paragrafo precedente, sicuramente la
prima cosa da fare è orientarsi verso soluzioni alternative funzionali.

 

Quindi, anziché provare forzatamente a dormire e concentrarti su preoccupazioni
disfunzionali come “il conto delle ore rimaste”, focalizzati piuttosto sulle sensazioni piacevoli che emergono dallo stare a letto: il respiro lento e regolare, le membra che si abbandonano completamente sul materasso, la testa pesante che sprofonda sul cuscino. Ricorda infatti che il sonno è un processo naturale ma è anche un piacere, proprio come il sesso, quindi se diventa un dovere l’intero sistema cade in cortocircuito. 

Oltre a questo, cerca di aggiungere una moderata attività fisica nella tua vita e di ridurre al minimo l’assunzione di sonniferi. Il primo scenario al fine di raggiungere la naturale condizione di rilassamento indotta dalle endorfine; il secondo per veicolare a te stesso un messaggio di autoefficacia, ossia che non hai costantemente bisogno di una “stampella” ma che puoi farcela da solo. 

Se il problema dovesse poi persistere nonostante l’attuazione di queste preziose indicazioni, rivolgersi a un terapeuta sarà sicuramente la cosa migliore da fare affinché possa indirizzarti verso strategie ad hoc modellate su misura per te

Che dire… sarà anche vero che chi dorme non piglia pesci, ma senza sonno non sarai lucido quando il pesce afferrerà l’esca.

La frase “magica” della settimana

“Il sonno è una divinità capricciosa e proprio quando la si invoca, si fa aspettare” – Alexandre Dumas

Una lettura per approfondire

Colin A. Espie (2018). Superare l’insonnia. Come dormire meglio con la terapia cognitivo-comportamentale. Il testo fornisce tanti esercizi pratici e concreti che possono essere utilizzati in termini di auto-aiuto al fine di combattere l'”incubo” dell’insonnia.

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Lo shopping terapeutico

Terapia: tra miti e realtà

EPISODIO SPECIALE

I 3 PRINCIPI ATTIVI DI OGNI PSICOTERAPIA E COME POTENZIARLI

Sappiamo che un farmaco funziona grazie a sostanze chimiche che agiscono sul nostro corpo. Ma come funziona la psicoterapia, basta iniziare per ciò che funzioni? Noi psicologi ci siamo sempre mantenuti molto vaghi sul tema contribuendo a creare un alone di mistero, risultando agli occhi di alcuni come psico-maghi e agli occhi di altri come ciarlatani. È il momento di fare un po’ di chiarezza.

I 3 principi attivi della terapia

Iniziamo sfatando un mito: la psicoterapia non funziona grazie a “magiche” tecniche o segreti. Piuttosto, si regge su 3 principi attivi comuni a tutti gli approcci: 

1. L’aspettativa del paziente: la convinzione che la terapia possa apportare un cambiamento positivo stimola la collaborazione e influenza significativamente i risultati. Ecco perché non è possibile forzare qualcuno a intraprendere un percorso contro la sua volontà. 

2. La fiducia del terapeuta. Se lo psicologo dubita di poter essere d’aiuto al paziente e non si sente in grado di guidare la persona verso un cambiamento, la terapia sarà fallimentare.

3. La relazione terapeutica: il legame di fiducia formatosi tra paziente e terapeuta è un elemento chiave per il successo del percorso.

Nel momento in cui manca uno di questi elementi, indipendentemente dall’approccio scelto, la terapia non funzionerà. Hai capito bene, anche se le tecniche utilizzate sono corrette, anche se la terapia è evidence-based e anche se il terapeuta è il più bravo del mondo, quella persona non cambierà! Anzi, ogni tentativo di farla cambiare, se reiterato nel tempo, rischia addirittura di peggiorare la situazione, irrigidendo la natura del problema.

Se invece questi 3 elementi coesistono allora la terapia avrà buone probabilità di avere successo. Tuttavia, le tecniche utilizzate variano drasticamente in base all’approccio, risultando in tempistiche diverse e in forme di cambiamento differenti, non sempre adatte alle aspettative di tutti.

Lo shopping Terapeutico

Nel momento in cui una terapia fallisce, esiste solo uno scenario possibile: cambiare terapeuta, fino a quando non si trova il percorso risolutivo. Eppure, per quanto questa indicazione possa sembrare pratica e funzionale, in alcuni casi può trasformarsi in una vera e propria psicotrappola.

Lo “shopping terapeutico” è il principale rischio a cui ci si espone. Questo si verifica quando la persona prova tanti professionisti senza riuscire a sbloccare il suo problema, andando a perdere fiducia nelle proprie risorse. 

Il meccanismo disfunzionale che si viene ad instaurare è il seguente: il soggetto, non si affida più completamente a nessun professionista e, in queste condizioni, non si predispone a dare la fiducia necessaria per creare quell’alleanza terapeutica alla base di qualsiasi percorso risolutivo. 

In questa escalation viene a maturarsi l’erronea convinzione che “il prossimo sarà sicuramente migliore del precedente”, realizzando una sorta di profezia che si autoavvera che mette il professionista in una condizione di svantaggio, causando i peggiori esiti.

Del resto, come diceva Milton Erikson, è più facile cambiare terapeuta che cambiare sé stessi. 

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Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

Premesso questo, come possiamo evitare di imbatterci in terapie infinite? 

Semplice, catalizzando i principi attivi che fanno funzionare la terapia: l’aspettativa del paziente, la capacità del terapeuta e la relazione terapeutica. 

1. Per quanto riguarda la relazione terapeutica, proprio come in ogni relazione di vita, per potenziarla è utile instaurare un dialogo di apertura da entrambi i lati: lo psicologo deve essere bravo ad anticipare le esigenze del paziente e il paziente dev’essere bravo ad esprimere le proprie perplessità e i propri bisogni. 

2. Per quanto riguarda la capacità del terapeuta, per quanto possa apparire elementare, è necessario che il professionista sia formato adeguatamente, non solo a livello teorico ma anche a livello umano. Per fare lo psicologo non è sufficiente imparare a memoria delle tecniche e delle strategie, come diceva Irvin Yalom, solo il guaritore che è stato ferito può davvero curare.

3. In ultimo, per migliorare l’aspettativa del paziente nei confronti della terapia dobbiamo affidarci al professionista che ci piace, avendo fiducia che il Percorso che stiamo per intraprendere sia quello risolutivo. 

La terapia su misura

Ecco perché, oltre alla nostra ormai storica Tariffa Agevolata (abbiamo già garantito oltre 10.000 sedute a migliaia di persone – e continueremo a farlo!), ora puoi partire avvantaggiato scegliendo il Percorso più adatto a te

Questa possibilità è particolarmente ghiotta per chi ha già affrontato delle terapie fallimentari in passato e ha maturato l’idea di aver bisogno di qualcos’altro, oppure per chi semplicemente vuole indossare l’abito giusto” prima di mettersi in viaggio. 

Ora puoi scegliere consapevolmente tra Percorso Discovery e Percorso Espresso.mIl primo è orientato all’introspezione e alla scoperta di sé; grande enfasi è attribuita all’analisi del passatoIl secondo, è orientato alla risoluzione di un problema invalidante nel minor tempo possibile; grande enfasi viene data a ciò che non va nel qui e ora

Insomma, sebbene questi percorsi portino alla stessa destinazione, il panorama che ti consentono di ammirare è molto diverso. 

Ora puoi adattare la terapia in base alle tue esigenze: se hai difficoltà economiche puoi iniziare un percorso a tariffa agevolata, mentre se vuoi scegliere consapevolmente c’è il Percorso Discovery e il Percorso Espresso. 

Qualunque sia la tua situazione, ricorda, come ci insegna Paolo Coelho, le scelte sono soltanto l’inizio del cammino.

 

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La frase “magica” della settimana

Le scelte sono solo l’inizio del cammino – Paolo Coelho

Come rimediare a un torto commesso?

Non piangere sul latte versato!

# SETTIMANA 15

COME GESTIRE IL SENSO DI COLPA IN MODO FUNZIONALE

“È inutile piangere sul latte versato!” recita un noto proverbio. Eppure, sappiamo bene che la buona volontà non basta a reprimere le emozioni e tanto meno a liberarsi dal senso di colpa. Ma se il rimorso ti attanaglia, cosa puoi fare CONCRETAMENTE per provare a rimediare al tuo errore?

Il senso di colpa è una forma di egoismo

Questo stato emotivo ha infatti una latente componente egoistica che si attiene alla seguente logica: se riconosco la gravità di ciò che ho fatto e mi dolgo, potrò preservare un’immagine di me sufficientemente buona, nonostante la mia azione nociva, e quindi starò meglio. In quest’ottica, esso funge quindi da meccanismo di difesa per proteggere se stessi e la propria autostima. 

Parafrasando Giorgio Nardone, il senso di colpa si può definire come l’ultimo e disperato tentativo di preservare un barlume di innocenza in una coscienza logorata dalla colpevolezza. 

Gli effetti collaterali

Se da un lato il senso di colpa è quindi un tentativo di “salvare la faccia”, dall’altro può generare delle dinamiche che possono perfino peggiorare la situazione agli occhi della persona offesa. Questi comportamenti includono: 

1. Comportarsi da vittima: il senso di colpa può portare a un’inversione di ruoli dove chi ha commesso l’errore cerca di suscitare compassione attraverso manifestazioni di disperazione, quasi cercando di vestire i panni della vittima anziché dell’aggressore. 2. Scusarsi in modo compulsivo e implorare perdono: Questo tipo di scuse e richieste di perdono trasmettono il bisogno di espiare la propria colpa più per sé stessi che per il benessere dell’altro. 3. Crogiolarsi nel senso di colpa: Rimanere immersi nel rimorso può trasmettere un messaggio difensivo verso se stessi, quasi a giustificare il proprio comportamento dicendo: “ti avrò anche fatto male, ma se provo senso di colpa per il danno che ti ho arrecato non sono così cattivo”.

Questi comportamenti sono estremamente disfunzionali perché mettono in evidenza agli occhi della persona ferita la natura “egoistica” del nostro stato emotivo. In breve, l’altro percepisce che sei principalmente interessato a lenire la tua coscienza piuttosto che alleviare il suo dolore, peggiorando la situazione e causando un irrigidimento nei tuoi confronti. Ma come si fa quindi a chiedere perdono, senza cadere in questa trappola?

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Partendo dal presupposto che se la volontà dell’altro è di non perdonarti, niente potrai fare per ribaltare la situazione: è bene ribadire che le indicazioni riportate di seguito non sono un assioma, bensì uno spiraglio là dove ci sia ancora una porta aperta. 

Se vuoi provare ad ottenere il perdono della persona che hai ferito, innanzitutto dovresti evitare di commettere gli errori presentati nel paragrafo precedente. Accetta la reazione della persona, qualsiasi essa sia, senza tentare di manipolarla esagerando le tue emozioni. Mostra sincerità nel tuo rimorso senza drammatizzare eccessivamente ed evita di ripetere le scuse in modo ossessivo. Sarebbe controproducente se tu ti scusassi cento volte: sarà sufficiente farlo una sola volta, in modo sentito, senza darti alibi ma al contempo senza implorare. Non esplicitare continuamente quanto tu sia dispiaciuto poiché sarebbe visto come un tentativo di minimizzare il dolo delle tue azioni. 

Insomma, accetta le tue responsabilità di aver commesso un errore (ricorda, sei un essere umano!) e lascia spazio e tempo all’altro per “sbollire” e decidere a freddo se accettare le tue scuse. L’obiettivo è dimostrare attraverso le tue azioni e non solo le tue parole che rispettare la sua sofferenza è più importante del bisogno di lenire il tuo senso di colpa. 

La frase “magica” della settimana

“Il senso di colpa è l’ultima forma di innocenza che ci rimane.” – Giorgio Nardone

Una lettura per approfondire

Paola Di Blasio e Roberta Vitali esplorano le origini e le manifestazioni di questo stato emotivo, indicandone una gestione più funzionale sia in contesti ordinari di vita quotidiana che in situazioni di maggior rilevanza clinica. Scoprilo qui

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Uscire dal ricatto emotivo

Uscire dal ricatto emotivo

# SETTIMANA 14

RICONOSCERE E SPEZZARE LA MANIPOLAZIONE EMOTIVA

 Tutti parlano di narcisismo e di manipolazione emotiva, solo pochi però hanno cercato di spiegare come si origina e si alimenta una comunicazione manipolatoria, andando oltre la semplice dicotomia buoni vs cattivi. Premesso questo, quali sono gli elementi comunicativi da individuare per riconoscere un ricatto emotivo e come fare per uscirne?

Il ricatto emotivo

Si definisce ricatto emotivo una situazione nella quale una persona utilizza, più o meno consciamente, una comunicazione volta ad ottenere una determinata ricompensa dall’altro in cambio del proprio “amore”

Questa subdola dinamica relazionale è evidente in persone con spiccati tratti narcisistici e può manifestarsi in varie tipologie di rapporto: tra genitore e figlio, come nel caso del genitore che vede nel figlio un’estensione narcisistica di sé e non un individuo dotato di una volontà propria; tra fidanzati/coniugi, come nel caso del partner che utilizza l’altro come uno strumento di gratificazione egoica nel veder crescere la dipendenza affettiva nei suoi confronti. E in tanti altri contesti…

La trappola del "doppio legame"

Indipendentemente dal tipo di rapporto instaurato, il perno intorno a cui ruota ogni comunicazione manipolatoria è sempre lo stesso: il paradosso. Una persona ti comunica  un messaggio a livello verbale (nel contenuto di ciò che dice) mentre attraverso il canale paraverbale/non verbale (nel modo in cui lo esprime) ti veicola un messaggio di significato diametralmente opposto

Per descrivere i risvolti patologici della comunicazione paradossale Gregory Bateson ha coniato un termine, quello di “double bind” o doppio legame. Di seguito due esempi di doppio legame osservabili nella vita quotidiana. Nel primo caso, vi è un genitore che concede al figlio di fare qualcosa, ma lo fa sospirando per poi distaccarsi scocciato in seguito alla messa in atto di tale comportamento; nel secondo caso, invece, vi è una persona che esorta il partner a confrontarsi con lui/lei per poi rispondere a ogni suo tentativo d’espressione col silenzio o con comportamenti distaccati. 

In entrambi questi casi l’obiettivo della comunicazione è giungere a “vietare qualcosa senza vietarlo“, impedendo l’altro di agire secondo la sua volontà e dandogli al contempo l’illusione di avere un’alternativa. In altre parole, un messaggio implicito che recita: “Puoi farlo, io non ti limito… ma se lo fai, ti punirò togliendoti il mio amore“. 

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Se ti riconosci come vittima di un ricatto emotivo sappi che puoi cambiare la situazione, indipendentemente dal ruolo che ricopri all’interno della relazione. Due sono le cose da fare per cominciare a indebolire un doppio legame: evita di mostrare eccessivi sbalzi di umore ed evita di modificare i tuoi comportamenti come risposta ai messaggi paradossali inviati dall’altro. 

Se riuscirai a non mostrarti scalfito non rinforzerai ulteriormente il comportamento dell’altro e, di conseguenza, disincentiverai il ripetersi di questa modalità comunicativa patologica. Ovviamente non basta una singola volta per spezzare una comunicazione patologica: è quindi fondamentale mantenere questa strategia per un periodo di tempo sufficiente a far sì che il tuo “carnefice” inizi a desistere. 

Occorre precisare però che questa strategia ha un limite piuttosto importante: ci sono infatti persone che sono talmente resistenti al cambiamento da rendere inefficace anche la strategia più efficace. In questo caso, la terapia può essere utile a elaborare il dolore causato dalla persona in questione per renderlo maggiormente tollerabile, o in alternativa, trovare la forza per uscire dalla trappola da lui/lei imposta.  

Un’ultima precisazione: chi manipola non è quasi mai una persona deliberatamente “cattiva”, intenzionata ad agire per tornaconto personale, bensì un individuo convinto di agire per il benessere dell’altro. Questa non dev’essere però una giustificazione poiché, volente o nolente, il danno arrecato alla persona “amata” non sarà di certo più lieve. Ma del resto si sa, come disse Luis Sepùlveda: “E’ con le migliori intenzioni che si causano i danni peggiori.”

 

La frase “magica” della settimana

“Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione.” – Zygmunt Bauman

Una lettura per approfondire

Marshall Rosenberg incoraggia la comunicazione empatica finalizzata alla risoluzione dei conflitti. Per scoprire il libro clicca qui.

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Come trasformare un’amicizia in amore

Uscire dalla friendzone

# SETTIMANA 13

È POSSIBILE TRASFORMARE UN’AMICIZIA IN AMORE? 

“La regola dell’amico non sbaglia mai!” cantavano gli 883 nel 1997, a dimostrazione che un’amicizia consolidata non potrà mai evolvere in un rapporto d’amore. Tuttavia, una recente statistica dell’anno 2021 ha evidenziato come il 68% delle coppie avesse instaurato un’ottimo rapporto di amicizia prima che questo diventasse sentimentale. Non solo è quindi possibile uscire dalla tanto temuta “friendzone”, ma questa può anche costituire l’anticamera di un nuovo amore. Ma come funziona?

Il problema dell'etichetta

Prima di rispondere alla domanda precedente occorre indagare i i meccanismi che bloccano un rapporto all’interno della zona amicizia. Partiamo dal presupposto che gli esseri umani tendono a categorizzare ogni cosa, una necessità che riflette il bisogno di ridurre ai minimi termini una realtà che sarebbe altrimenti molto più complessa. 

Questo tipo di scorciatoia mentale, definita come euristica della rappresentatività, porta a identificare le persone in maniera prevalentemente dicotomica, categorizzandole come “amici” o “potenziali partner“.  Tuttavia, come ci insegna l’esperienza, i sentimenti sono più forti delle etichette ma spesso, per paura di “rovinare tutto”, rischiamo di vivere un rapporto di amicizia a metà.

Gli errori da evitare

Se ti senti confinato nella zona amicizia, ecco 3 errori da evitare:

 1) Dichiarare i tuoi sentimenti quando è troppo tardi. Più passa il tempo e più diventa difficile accettare di virare il rapporto verso la rappresentazione “potenziale partner”.

2) Dichiarare i tuoi sentimenti nel modo sbagliato. Se pretendi una risposta netta fin da subito, trasmetti la tua impazienza all’altro e non gli concedi il tempo per elaborare una rappresentazione mentale di te diversa da quella vissuta finora.

3) Aspettare che sia l’altro a fare il primo passo. Sperare che l’altro si renda conto del tuo amore è una perdita di tempo prezioso che conduce allo stesso epilogo descritto nel punto 1.

La Pillola Espressa

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La cosa più saggia da fare nel caso in cui ti senta ristagnato all’interno della zona amicizia è sicuramente quella di comunicare all’altro i tuoi sentimenti prima che la sua rappresentazione mentale si “irrigidisca” troppo. Evita di tergiversare, sii sincero/a e non pressarlo/a in seguito alla tua rivelazione; Infatti, è fondamentale concedersi tempo e spazio, in questo modo dimostrerai rispetto verso la sua persona ed eviterai di rovinare il rapporto di amicizia.

Ricorda, non esistono leggi certe in amore e non è mai troppo tardi per giocarsi le proprie carte, nemmeno con un amico/a. Del resto ogni relazione, nessuna esclusa, ha le proprie peculiarità che la rendono unica: sarebbe da folli cercare di spiegarle basandosi esclusivamente su alcune euristiche mentali. Ricorda però sempre di tentare, perché quello che non osi oggi sarà presto il rimpianto di domani

La frase “magica” della settimana

“L’amore più grande è quello nato dall’amicizia, e l’amicizia più grande è quella che si sviluppa dall’amore.” – Lou Andreas-Salomé

Una lettura per approfondire

Il libro “Friendzone: Uscire Dalla Prigione Dell’Amicizia” offre consigli pratici per uscire dalla “prigione dell’amicizia” laddove c’è del sentimento.  Per scoprire il libro clicca qui.

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Imparare a gestire le energie mentali

Imparare a gestire le energie mentali

# SETTIMANA 12

QUANTO E’ IMPORTANTE DOSARE LE ENERGIE PER RAGGIUNGERE UN OBIETTIVO?

Immagina di dover scalare una montagna. Suddividere il percorso in tappe è fondamentale per non incorrere in ostacoli, preservare le giuste energie e raggiungere la vetta. Prendendo esempio dagli scalatori, quindi, porsi degli obiettivi piccoli, progressivi e concreti (checkpoint) è senza dubbio una strategia vincente per raggiungere il proprio scopo, qualunque esso sia. Diventa FONDAMENTALE perciò non farsi cogliere impreparati, poiché l’errata pianificazione assieme alla scarsa motivazione conducono al fallimento in 8 casi su 10. Ma esiste una strategia che ti permetta di pianificare il lavoro e aggiustare il tiro ogni giorno, in modo chirurgico, in base alle energie a tua disposizione?

Gli errori nella gestione delle forze

Prima di approfondire la strategia in questione occorre analizzare da vicino gli errori più comuni che impediscono il raggiungimento di un obiettivo. Un errore molto comune è senza dubbio quello di bruciare le tappe affrontando più checkpoint alla volta. Inizialmente, l’entusiasmo e la novità del compito fungono infatti da inibitori della fatica mentale. Una volta che questi vengono meno, però, il sovraccarico psico-emotivo emergerà ed anche il più piccolo avanzamento sarà estremamente faticoso, come l’atleta che paga una partenza veloce chiudendo la gara nelle ultime posizioni. L’altro errore, forse ancora più diffuso, è quello di partire troppo piano confidando in un ipotetico “rush finale”.  L’inazione porta infatti all’inazione, così come la procrastinazione conduce ad ulteriore procrastinazione: i checkpoint non vengono rispettati, questo conduce ad una percezione di bassa autoefficacia, che a sua volta rende ancora più difficile iniziare a fare qualcosa…e così via, fino all’inevitabile nefasto epilogo. Entrambi gli errori descritti convergono quindi verso un unico scenario comune: perdita di energie mentali e conseguente abbandono in corsa (drop out).

La Pillola Espressa

La strategia presentata di seguito permette di prevenire il drop out, dosando le energie ad
hoc
per raggiungere efficacemente il traguardo preposto.

 Essa recita così: “Ogni giorno, tutti i giorni, cerca di porti due obiettivi giornalieri. Non uno e nemmeno tre, esattamente due. Il primo è definito come “obiettivo minimo”: questo consiste nel portare a termine tutto ciò che è necessario e sufficiente a rimanere in corsa per l’obiettivo finale, niente di più e niente di meno. Solo in seguito al raggiungimento dell’obiettivo minimo poniti poi la seguente domanda: sono piuttosto provato o mi sento ancora energico? Se la risposta ricade nel primo scenario, fermati e attendi il giorno seguente per proseguire. Se invece ricade nel secondo scenario, allora prosegui con quello che è definito come “obiettivo bonus”: concediti dunque un piccolo lavoro in più rispetto all’obiettivo minimo, avvantaggiandoti un poco verso la meta finale. È fondamentale che l’obiettivo bonus sia di poco superiore all’obiettivo minimo e che comunque non venga mai superato, indipendentemente dalle energie che ti sono rimaste.”

Un’ultima riflessione : nessuna ricetta è così miracolosa da poter funzionare senza
l’ingrediente comune ad ogni successo… la tua volontà. Del resto potrai anche trovare cento strategie diverse per arrivare alla meta, ma “chi si stanca di volere, vuole il NULLA”.

 

LIBRO: “Problem solving strategico da tasca” di Giorgio Nardone

FRASE: “Come raggiungere un obiettivo? Senza fretta, ma senza sosta.” – Goethe

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Il ritorno di fiamma può essere un fuoco di paglia?

Lasciarsi per rimettersi assieme

# SETTIMANA 11 

COME DISTINGUERE UN RITORNO DI FIAMMA DA UN FUOCO DI PAGLIA

“Le minestre riscaldate non sono mai buone”, eppure si stima che il 44% delle coppie optino per tornare insieme in
seguito ad una separazione. Appare quindi chiaro che perfino le minestre riscaldate siano molto invitanti, ma senza entrare nel merito delle singole decisioni, esistono degli indicatori universali che possano aiutarti ad individuare la scelta più giusta?

I 2 indicatori disorientanti

Le motivazioni che spesso portano una coppia a concedersi un’altra chance sono la resistenza del sentimento al tempo e la mancanza dell’ex nella propria quotidianità. Tuttavia, questi due indizi sono due elementi apparentemente orientanti in termini positivi, ma nascondono delle insidie. 

Se è vero che “gli esseri umani sono guidati dalla ragione, ma segretamente dominati dalle emozioni”, è anche vero che una forte emotività nel confronti di una persona è naturalmente accentuata al momento del distacco, ma questo non basta a cancellare gli attriti che razionalmente hanno logorato la relazione. 

La mancanza dell’altro crea un dolore fisiologico, poiché ogni separazione è una perdita ed è vissuta come un lutto, anche quando fortemente voluta da entrambi i partner. Diventa quindi difficile distinguere se il dolore provato sia dovuto prettamente all’elaborazione della perdita oppure a un fuoco che “non avrebbe dovuto spegnersi”.

Tornare insieme solamente perché si sente la mancanza dell’altro si rivelerebbe un “fuoco di paglia”: in seguito a un primo periodo in cui tutto va bene, ben presto si riproporrebbe con ancor più enfasi il copione relazionale disfunzionale precedente alla rottura, finendo per peggiorare ancor di più la situazione. 

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Ecco perché, oltre a provare ancora qualcosa per l’altra persona, manca un’ultima valutazione, la vera “prova del nove”, per decidere se buttarsi nuovamente o meno tra le braccia dell’ex: verificare se c’è ancora stima. Una stima granitica è lo strumento che permette di lavorare sulle macerie dei disastri realizzati in passato, senza che il venirsi incontro possa esser vissuto come sacrificio.

Ma bada bene, stima non significa ammirare i pregi dell’altra persona, significa piuttosto accettarne anche i suoi difettiProvare qualcosa per l’ex e sentirne la mancanza nella quotidianità sono le condizioni che normalmente convincono una coppia a riprovarci, tuttavia senza una profonda dose di stima e ammirazione può diventare pericoloso assecondarle. Al contrario, se a seguito della fine della relazione, ci fosse una stima integra, ma il sentimento si fosse dichiaratamente spento da ENTRAMBE le parti, non tutto sarebbe comunque da buttare… ne potrebbe nascere una bella amicizia! E’ noto infatti che, per quanto si possano anticipare previsioni, le dinamiche del cuore mantengono sempre un certo margine di imprevedibilità… ed è proprio questo il bello. E chissà che alla fine non avesse davvero ragione Venditti, quando cantava “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano…” 

La frase “magica” della settimana

“La stima è una cosa e l’amore un’altra. Ma senza stima non ci sarà mai amore” Fabrizio Caramagna

Una lettura per approfondire

Una guida creata per aiutarti a risolvere drammi e i conflitti nelle relazioni amorose. Giorgio Nardone racconta storie di coppie che, con l’aiuto della terapia, in alcuni casi riescono a ritrovare l’equilibrio e in altri casi invece si separano, trasformando il dolore in crescita. Per scoprire il libro clicca qui.

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Quando pensare diventa una tortura

Cogito ergo soffro!

# SETTIMANA 10

COME EVITARE DI ESSER SOPRAFFATTI DAI DUBBI E VIVERE SERENAMENTE

“Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza”, disse Jorge Luis Borges. Non esiste mente brillante che sia esente dal porsi interrogativi di qualsivoglia natura. Tuttavia, senza le dovute accortezze, questa curiosità può rivelarsi a tutti gli effetti un’arma a doppio taglio capace di intrappolarci in un labirinto di ragionamenti senza via d’uscita. Ma c’è un modo per evitare di essere sopraffatti dai pensieri?

La perversione della ragione

Per interrogativi pericolosi si intendono tutte quelle domande che sorgono nella nostra mente e che, per definizione, non possono avere una risposta certa e rassicurante. Si possono identificare raggruppandole principalmente in tre categorie: 

1. Domande che concernono rimpianti o rimorsi, ossia: “Come sarebbe stato se avessi agito diversamente?” 2. Domande che cercano di razionalizzare il proprio sentire nel presente, ad esempio: “Sono omosessuale?” oppure “Sono innamorato/a?” 3. Domande che concernono paure di un futuro imminente o lontano, come: “Il mio partner mi lascerà?” o ancora “Perderò il lavoro?”

Nel primo caso, la domanda non può avere risposta data l’impossibilità di cambiare il passato; nel secondo caso, cercare di capire razionalmente il proprio sentire rischia di appannare ancora di più le sensazioni rendendole confuse e poco chiare; nell’ultimo caso, infine, l’interrogativo non può avere risposta semplicemente perché si tratta di qualcosa che non è ancora accaduto. In tutti questi casi, se si cade nella tentazione di cercare risposte rassicuranti a domande indecidibili, si otterrà il seguente scenario: cerco di rispondere a una domanda che non ha risposte che mi porterà a pormi altre domande, alle quali cercherò altre risposte, che mi porteranno a pormi altre domande.. e così via. Quest’escalation, identificabile come perversione della ragione, è ciò che conduce a quello che viene definito come “dubbio patologico”.  

La Pillola Espressa

Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

Per prima cosa, nel momento in cui un qualsiasi dubbio pervade la tua mente, potresti fare una rapida valutazione preliminare: si tratta di una domanda che può condurmi ad un esito definitivo o di un interrogativo “pericoloso”? Nel primo caso, via libera: concediti pure un’accurata analisi per giungere alla risposta che stai cercando. Nel secondo caso, se riconosci la tua domanda rientra in una delle categorie del paragrafo precedente, allora fermati subito: queste sono le domande pericolose! Dovresti trattarle con la stessa diffidenza con cui tratteresti un ospite sgradito ad una festa. Ricorda, “so-stare nell’incertezza” non significa essere ignoranti, ma al contrario accettare sapientemente e con umiltà i limiti della ragione. Parafrasando, l’obiettivo non è smettere di pensare “atrofizzando” i pensieri, ma piuttosto dare adito ai pensieri giusti per non cadere nella psicotrappola del pensare troppo. Del resto “se due litri d’acqua ti permettono di sopravvivere, cento damigiane di acqua ti faranno affogare”.

La frase “magica” della settimana

Prima di valutare se una risposta è esatta si deve valutare se la domanda è corretta”. Immanuel Kant

Una lettura per approfondire

L’avventura intellettuale dell’uomo in Occidente è stata segnata dal dubbio, fondamento di filosofia, scienza e psicologia. Tuttavia, applicare questo “cogitocentrismo” nella vita quotidiana può portare a trappole psicologiche e ad autoinganni. In questo libro Giorgio Nardone suggerisce di orientare il pensiero verso la formulazione di migliori domande anziché cercare risposte. Per scoprire il libro clicca qui.

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Come suscitare una buona prima impressione?

Come creare una buona prima impressione

# SETTIMANA 9

4 TRUCCHETTI PER ROMPERE IL GHIACCIO E STUPIRE GLI ALTRI

Partiamo da un presupposto: non puoi piacere a tutti! Piacere a qualcuno implica l’intrinseca accettazione di non piacere a qualcun altro ed è proprio per questo che è fondamentale saper fare una buona impressione: ti permette di individuare le persone compatibili massimizzando le possibilità di intrattenere relazioni soddisfacenti. Ma esistono delle strategie comportamentali che possano facilitarti in questo compito?

4 trucchetti per lasciare il segno

Di seguito quattro strategie concrete che puoi utilizzare sin da subito per iniziare una conoscenza nel migliore dei modi:

1. Guarda negli occhi, ma non troppo. Il contatto oculare è un potente mezzo di persuasione ma va utilizzato con parsimonia. Come sostiene Alexander Lyon, esperto di
comunicazione non verbale, quando stiamo parlando con una persona appena conosciuta un singolo contatto oculare non dovrebbe durare più del tempo di un pensiero breve e conciso, all’incirca 3 secondi o poco più. Oltre questo arco temporale l’interlocutore potrebbe infastidirsi.

2. Sorridi. E’ il primo vero segnale di apertura verso l’altro. Un bel sorriso non ha rivali: uno studio ha dimostrato quanto sia facile scorgere un individuo sorridente tra la folla anche a 30 metri di distanza, risultato che non è stato replicato verso chi mostrava un’espressione più seriosa.

3. Chiama per nome. Dale Carnegie disse: “Ricordatevi che per una persona il suo nome è il suono più importante e più dolce in qualsivoglia lingua.” Ad eccezione di situazioni molto formali, in cui questo può esser considerato fuori luogo, inserire con moderazione il nome dell’altro all’interno della conversazione ti ben dispone
immediatamente e incrementa la tua capacità comunicativa.
4. “Se vuoi impressionare, ascolta”. Non esagerare con le parole, prediligi l’ascolto. L’errore più comune è quello di far prevalere i propri pensieri prima che l’altro abbia terminato le sue argomentazioniLascia che sia l’altro a parlare più di te, c’è tempo per svelarsi. Del resto, abbiamo due orecchie e una sola bocca per ascoltare il doppio rispetto alle cose che diciamo.

La Pillola Espressa

Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

Ricapitolando, ecco ciò che dovresti fare al tuo prossimo primo incontro con uno sconosciuto: sfodera il tuo migliore sorriso, mantieni l’eye contact per una durata non superiore ai 3-5 secondi, ascolta l’altro fino al termine della sua argomentazione, pronuncia almeno una volta il suo nome nella conversazione ed evita di parlare troppo. Tuttavia, bada bene, questi preziosi accorgimenti non devono in alcun modo azzerare la tua spontaneità. Sarebbe un errore pensare che basti applicare meccanicamente queste indicazioni per suscitare nell’altro una buona impressione. Infatti, l’ingrediente più importante di tutti per avere successo nelle relazioni è la tua personalità e questa va coltivata quotidianamente, proprio come se fosse una piantina da annaffiare, grazie alle nuove esperienze.

La frase “magica” della settimana

Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Oscar Wilde

Una lettura per approfondire

Un grande classico della crescita personale che racchiude riflessioni, strategie e strumenti concreti per affrontare le relazioni con più consapevolezza. La prima versione risale al 1936, epoca in cui si interagiva con gli altri senza la necessità di mandarsi DM su Instagram. Per scoprire il libro clicca qui.

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L’importanza di saper dire “No”

Dire sempre "Si" peggiora l'autostima?

# SETTIMANA 8

COME SCONFIGGERE IL SENSO DI INADEGUATEZZA GRAZIE AL DISSENSO

“C’è chi dice no!”, cantava Vasco Rossi nel lontano 1987, quasi un atto eroico in una società più propensa verso il “sì”. E aveva ragione! Dire di sì è sempre facile, ma assecondare il volere altrui anche quando non vorresti, ti valorizza davvero agli occhi dell’altro?

La prostituzione relazionale

Innanzitutto è necessario fare una distinzione tra “conseguenze prossime” e “conseguenze remote” di un comportamento. Nel breve termine dire sempre di sì porta ad essere accettati più facilmente. Inoltre, a livello personale, prevale il sollievo per essersi tolti dal pericolo di un’eventuale opposizione. 

È però osservando le conseguenze più remote che la situazione cambia drasticamente. L’iniziale accettazione dell’altro si trasforma in una semplice acquiescenza, ossia un consenso superficiale di convenienza e niente più. In altre parole “Mi vai a genio perché mi dici sempre di sì”. Quella che sembrava stima si rivela perciò mera illusione: ogni tua buona azione sarà inflazionata e perciò data per scontata.

La ciliegina sulla torta? Il messaggio nefasto che veicoli a te stesso recita “Sono incapace di farmi valere”, un dialogo interiore che, se reiterato nel tempo, può compromettere seriamente la tua autostimaIn altre parole, vieni apprezzato per ciò che fai e non per ciò che sei. Se ti riconosci in questa situazione sei caduto in quella che Giorgio Nardone definisce col tellurico nome di “prostituzione relazionale

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Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

Se dire di no è per te una vera tortura, ecco una semplice strategia che puoi utilizzare sin da subito per potenziare la tua autostima: inizia a concederti dei “piccoli no”. 

Parti dalle situazioni dove ti sembra più facile esprimere un dissenso per poi passare progressivamente a quelle con coefficiente di difficoltà più elevato. Inizialmente sarà la delusione a comparire sul volto dell’altro, dopodiché sarai rispettato in quanto persona che sostiene la propria causa e il tuo assenso non sarà dato per scontato. 

Bada bene, questo non significa iniziare a dire di no a prescindere a tutte le situazioni scomode, piuttosto significa arricchire il tuo dizionario comportamentale con una nuova risorsa. Infatti, saper dire di “no” darà valore al tuo “si” e questo ti permetterà di acquisire valore agli occhi degli altri, ma soprattutto agli occhi di te stesso. Infatti, in questo modo il messaggio veicolato a te stesso recita “sono una persona che sa farsi valere, perché valgo!”, un rinforzo positivo non trascurabile per la tua autostima.

La frase “magica” della settimana

“Non aver paura dell’opposizione. Ricorda, un aquilone si leva quando ha il vento contro, non a favore.” Hamilton Wright Mabie

Una lettura per approfondire

L’autostima non è qualcosa di ereditato, ma si costruisce ogni giorno! La collega Roberta Milanese, psicoterapeuta strategica, ci spiega come affrontare la paura di non essere all’altezza, offrendo consigli pratici. Per scoprire il libro clicca qui.

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