La diagnosi in chiave psicologica

Gli effetti paradossali della diagnosi

# SETTIMANA 16

STRUMENTO EFFICACE O SCOMODA ETICHETTA?

“Una delle malattie più diffuse è la diagnosi”. Queste sono le pesanti parole di Karl Kraus, scrittore che ha fatto della provocazione uno dei suoi più potenti mezzi di comunicazione. 

L’intenzione di Kraus non era certo quella di demonizzare uno strumento così essenziale, bensì evidenziare i rischi di un’eccessiva standardizzazione. Premesso questo, quali sono gli effetti negativi che una diagnosi può originare nella persona e come ovviarli?

Gli effetti negativi indiretti

Partendo dagli effetti negativi indiretti, un’etichetta può influenzare le aspettative, impattando negativamente sulla performance. A questo proposito sarebbe impossibile non citare il pionieristico esperimento sociale di Robert Rosenthal degli anni ‘70. 

Il ricercatore somministrò un test di intelligenza ai bambini in una scuola elementare, suddividendo gli alunni in individui ad “alto potenziale” e “basso potenziale”, per poi condividerne le diagnosi con gli insegnanti. 

Quello di cui erano ignari gli insegnanti, però, è che l’assegnazione dei bambini alle due categorie era stata del tutto casuale e che dunque nessun test era stato effettivamente eseguito. Tornando l’anno successivo, Rosenthal si rese conto come queste etichette, seppur aleatorie, avessero indirettamente penalizzato i bambini a “basso potenziale”, i quali avevano ottenuto rendimenti di gran lunga peggiori rispetto a quelli ad “alto potenziale”. 

In base alle diagnosi capziose di Rosenthal gli insegnanti avevano infatti riposto aspettative diverse sugli studenti, focalizzandosi maggiormente sul gruppo “intelligente” a scapito dell’altro e creando così una “profezia che si autoavvera”

Le etichette stesse avevano influenzato il comportamento di chi le aveva ricevute.

Gli effetti negativi diretti

Per quanto riguarda invece gli effetti esperiti in prima persona, una diagnosi di un problema può talvolta disincentivare la ricerca di soluzioni per affrontarlo. A questo proposito, citerò un esempio direttamente dalla mia esperienza clinica. 

Una paziente arrivò in terapia con una diagnosi di depressione, diagnosi che la portava continuamente a “crogiolarsi “ nel ruolo di malato, come se il suo destino fosse ormai segnato e l’unica cosa da fare fosse accettare passivamente la sua condizione patologica

Risulta facile intuire come, nonostante i suoi sintomi fossero indubbiamente reali, questa standardizzazione fosse ormai divenuta una statica “comfort zone” che paradossalmente la allontanava dalla ricerca delle proprie risorse personali.

La Pillola Espressa

Ecco uno strumento concreto che puoi utilizzare sin da subito

La diagnosi svolge un ruolo fondamentale nella cura dei disturbi psicologici, perché permette alla persona di avere consapevolezza del proprio funzionamento e di attivarsi per gestire i limiti e sprigionare il proprio potenziale

Per far sì che la diagnosi possa diventare uno strumento di aiuto e non un limite, di
cruciale importanza è la risposta psicologica della persona che l’ha ricevuta. 

Se hai ricevuto una diagnosi di depressione, ADHD, di panico, o di qualsivoglia disturbo psicologica cerca di focalizzarti su due elementi fondamentali: il primo è che la diagnosi, per quanto utile, è per definizione imperfetta poiché non tiene di conto di tutte quelle peculiarità della persona che sfuggono alla standardizzazione e la rendono unica; il secondo è che questa non deve esser percepita staticamente come una “prigione” o ancor peggio “una condanna all’ergastolo”, bensì come un’opportunità per conoscere le proprie fragilità e lavorarci concretamente con l’ausilio del terapeuta.

A tal proposito voglio citare il caso di un mio paziente che, giunto con una diagnosi di fobia sociale, ha lavorato molto su stesso fino a sviluppare un’ottima sicurezza nel parlare in pubblico persino di fronte a platee numerose. 

Se si fosse limitato a dire la fatidica frase “tanto sono fatto così”, non sarebbe mai riuscito a trasformare il suo tallone di Achille in un punto di forza.  

Del resto, come si suol dire, “il problema non è il problema, bensì il tuo atteggiamento di fronte al problema.”

La frase “magica” della settimana

“Una persona è molto più del nome di una diagnosi su un grafico” – Sharon M. Draper

Una lettura per approfondire

In questo libro Lasalvia approfondisce lo stigma personale e interpersonale con cui debbono quotidianamente combattere gli individui con disturbi mentali, per poi illustrare alcune strategie funzionali per superarlo. Dimensione patologica a parte, il libro fornisce spunti di riflessione per affrontare al meglio le conseguenze negative di un’eccessiva standardizzazione e/o categorizzazione. Scopri qui

Prenota il primo incontro con Psicologo Espresso

Il 93% dei nostri pazienti migliora il proprio benessere dopo 5 sedute

E se avessi la ADHD?

Quante volte leggendo un libro che ti annoiava, ti sei ripetuto questa frase? 

“Non ci posso fare niente, ho l’ADHD!” 

Bene, andiamo a vedere se questo dubbio è effettivamente lecito, osservandolo dal punto di vista scientifico. 

La sintomatologia

Innanzitutto, l’ADHD, ovvero il Disturbo da Deficit Dell’Attenzione ed Iperattività, si presenta con una prevalenza dell’1-3% a livello globale. Ma quali sono i sintomi necessari per rientrare all’interno della statistica? 

Secondo il DSM V, almeno sei sintomi di disattenzione e sei di iperattività-impulsività sono necessari per la diagnosi. 

Sintomi di disattenzione: Difficoltà a prestare attenzione ai dettagli, con errori di distrazione. Problemi nel mantenere l’attenzione su compiti o attività. Mancata ascolto diretto e frequente distrazione. Non seguente istruzioni o completamento di compiti lavorativi. Difficoltà nell’organizzazione di compiti e attività. Evitamento di compiti mentalmente impegnativi. Perdita frequente di oggetti necessari. Facile distrazione da stimoli esterni. Sbadatezza nelle attività quotidiane. 

Sintomi di iperattività-impulsività: Agitazione, movimenti eccessivi o inquietudine. Abbandono frequente del posto quando richiesto di rimanere seduti. Scorrazzamento e salti in situazioni inappropriati. Incapacità di giocare tranquillamente. Comportamento iperattivo, come se fosse “azionato/a da un motore”. Eccessiva loquacità. Risposte immediate prima che le domande siano complete. Difficoltà nell’attendere il proprio turno. Interruzioni frequenti e invadenza verso gli altri.

Immagino che starai già pensando: “ma sta parlando di me!” Ok, respira.

Gli effetti paradossali delle autodiagnosi

Sebbene possa nascere il dubbio di poter far parte di quell’1%, per fare diagnosi di ADHD, non sono sufficienti i test trovati online. Inoltre, autoproclamarsi ADHD, porta con sé diverse conseguenze negative, come, ad esempio, l’idea che “tanto sono fatto così e non posso farci niente”. Questo ci può vincolare ad una profezia che si autorealizza, in cui il protagonista, partendo svantaggiato, è già costretto a perdere in partenza tutte le sue battaglie! La consapevolezza di non poter fare “più di così” porta automaticamente a mettere in atto tutta una serie di azioni che, da una parte, ci non ci permettono di esprimere il nostro potenziale e, dall’altra, non fanno altro che confermare la nostra idea di partenza, ovvero “se faccio così fatica a stare attento è perché ho un disturbo!”

La "popolarità" del disturbo

Ma come mai un disturbo tanto spiacevole quanto pervasivo è diventato così popolare? Beh, innanzi tutto, un picco di notorietà a questa condizione è stata data da alcune celebrità.  Molte persone del mondo dello spettacolo hanno ammesso pubblicamente di aver ricevuto una  diagnosi in età giovanile: da Justin Timberlake a Will.I.Am, c’è persino chi afferma che ne abbia sofferto anche la Watson di Harry Potter. In più, alcuni vuoti di memoria o mancanze tipiche di una  vita quotidiana frenetica ed estenuante, sono state rivisitate in chiave “pseudocomica” da  moltissimi account social, spacciandole per prove inconfutabili di ADHD, fino a creare delle vere e  proprie community di autodiagnosticati (tramite video, ovviamente). 

C’è da dire però che, un mondo veloce, crea popolazioni di distratti, resi ancor più distraibili da  tutti gli stimoli a cui siamo sottoposti ogni giorno. 

Si crea così una sorta di nuova “sindrome da disattenzione e distraibilità da periodo storico”. 

La pillola Espressa

Ma quindi, cosa possiamo fare per combatterla?  

Prova a togliere il piede dall’acceleratore! 

Anche se tutto intorno a te sembra procedere a velocità supersonica, resisti all’impulso di inseguire il ritmo frenetico. Trova il tuo passo e mantienilo costante. La chiave per raggiungere gli obiettivi è comprendere il proprio ritmo e mantenerlo, consapevoli che ogni conquista richiede pazienza e progresso graduale. Ogni vetta si scala un piede alla volta! 

Come diceva Goethe: “chi vuole compiere passi sicuri deve camminare lentamente”.